FRANCESCO SOMAINI. BIENNALE DI VENEZIA

La scultura di Somaini è la scultura del frammento; non del frammento di qualche cosa, del frammento in assoluto. Chi volesse ricomporre il contesto dal quale quel frammento è stato strappato, non troverebbe una cosa, troverebbe lo spazio; e, ancora, per trovarlo dovrebbe andare indietro nel tempo, perché lo spazio, per Somaini, non è un’ipotesi universale, è il mondo di ieri. Nelle masse plastiche si vedono ancora, chiaramente, le direzioni orizzontali, verticali, oblique, sghembe, incrociate di quello che fu, e non è più, lo spazio. Sono masse che hanno, non un’esistenza, un origine spaziale. Lo spazio, con la sua chiara struttura, è stato in quel luogo dove ora non c’è che un grumo informale di esagitata, mal spenta materia: si vedono ancora, come grosse vene divelte e sezionate, i condotti attraverso i quali è passata la corrente vitale dello spazio. Il processo di aggregazione di quella materia plastica non è centrifugo, ma centripeto: la materia non si espande, si estrae o si deduce dallo spazio; non si dilata, precipita. Dunque lo spazio non c’è più, è finito; ha lasciato però un residuo solido, e soltanto questo può informarci sulla sua originaria natura. Impariamo così che quello spazio non era, non è mai stato una costruzione geometrica: era la realtà stessa, gremita di cose e di eventi illimitatamente estesa, brulicante di vita.

(Da: Somaini, Italian Cultural Institute, New York 1960; XXX Biennale di Venezia, 1960)

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